Il volto e le sue espressioni

Guardando le espressioni del viso molti di noi potrebbero esplodere in un “CHE MI VULISSI RICE?”

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Quanta della nostra comunicazione passa attraverso il nostro volto ed i suoi gesti! Le labbra serrate “chiudono ed escludono”; quelle aperte “sono disposte ad ascoltare”. Non a caso la parola “alunno” significa “essere nutrito”e, all’interno di qualche classe a scuola, durante l’avvincente spiegazione di un docente, può capitare di sorprendere qualche studente a “bocca aperta” che “assapora” e “fagocita” basito gli insegnamenti del didatta!

Le espressioni del viso, il broncio, la smorfia, inarcare le sopracciglia, il pianto, aprire le narici, costituiscono un sistema di comunicazione potente e universale, prese separatamente o insieme. L’attività degli occhi, come guardare e scambiare sguardi, può rivelarsi particolarmente efficace per comprendere una serie di comportamenti sociali nei vertebrati e negli esseri umani. Sebbene i riflessi pupillari siano stati studiati fin dall’antichità, solo negli ultimi vent’anni tali studi si sono evoluti in un campo di ricerca molto vasto denominato pupillometria.
Per i domatori di animali da circo è sempre esistita una tacita regola che prescrive di sorvegliare con attenzione i movimenti pupillari degli animali a loro affidati, ad esempio delle tigri, per stabilire con certezza le loro alterazioni d’umore. Gli orsi, al contrario delle tigri, si dice siano “imprevedibili”, e quindi pericolosi, proprio perché la loro pupilla non è un indicatore, e anche perché il loro muso inelastico è incapace di “telegrafarci” un imminente attacco. In effetti, nelle relazioni interpersonali fra coppie di esseri umani, la dilatazione delle pupille costituisce spesso un segnale non intenzionale diretto all’altra persona (o ad un oggetto) che denota un interesse intenso, spesso carico di sfumature sessuali.

La dimensione non verbale ha tutti i “numeri” per non passare inosservata. Delle misure effettuate da alcuni studiosi sull’ammontare delle comunicazioni che inviamo più o meno involontariamente dimostrano quanto realmente conta nei nostri scambi. L’antropologo Albert Mehrabian ha stabilito che solamente il 7% di tutte le informazioni che ci arrivano da un discorso passa attraverso le parole; il restante, che è comunicazione non verbale, si divide in: 38% che ci perviene dal tono della voce e 55% che arriva dai segnali di mani, braccia, gambe, piedi ecc. Armato di cronografo, il ricercatore Ray Louis Birdwhistell ha constatato che, mediamente, in una giornata non parliamo per più di dieci, dodici minuti e che una frase media non dura più di dieci secondi e mezzo. Inoltre, sulla base delle sue valutazioni, ha poi stabilito che il 65% delle interazioni da lui esaminate “prendeva la via del corpo”.

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