Quando le parole non bastano…

Nel pensare ad un titolo per questo mio intervento, la mente mi ha condotto ad una espressione tipicamente partenopea quel “come te l’aggià rice?”, che mi è sembrato potesse raccogliere l’ingegnosità umana tutta volta a cercare modalità espressive alternative, vale a dire il modo squisitamente umano di “comunicare” al di là del “verbale”. La comunicazione non verbale è affidata a COLORE, SUONO, CORPO, SEGNO COLORE: LINGUAGGIO AD ARTE…… IL NON VERBALE DELLA TELA: MESSAGGI AD ARTE .

La trasposizione su tela, pietra, legno, ha radici lontane basti ci-tare i geroglifici, le pitture mura-rie etc, tutte forme volte a tradurre sensazioni, emozioni, senti-menti che l’artista nell’atto creativo tende a sublimare e il fruitore nel goderne il frutto mira ad elaborare e decodificare il messaggio.

Il suono: il non verbale con “ritmo” è stato oggetto di una precedente edizione della PSYCHOPIZZA, l’edizione IX “È TUTTA UN’ALTRA MUSICA”; il frutto di quella giornata di lavoro è consultabile sul sito e nello specifico nella rubrica di neamente dedicata alla musicoterapia.

COLORE, SEGNO, SUONO e CORPO trovano sublime sintesi nel linguaggio cinematografico. Nel libro ‘I vestiti nuovi del narratore’ di Armando Fumagalli (Il Castoro) si paragonano i processi cognitivi messi in opera da un lettore di libri con quelli di uno spettatore di film. Anche nel film, talora più che in un romanzo, esistono dei ‘vuoti’, del non detto (o non mostrato) che lo spettatore deve riempire se vuole dare senso alla storia. Anzi, se un romanzo può avere pagine a disposizione per delineare la psicologia di un personaggio, il film deve talora limitarsi a un gesto, a una fugace espressione del volto, a una battuta di dialogo. Quindi ‘lo spettatore pensa’, ovvero, direi, dovrebbe pensare. Come dice Fumagalli, “le tecniche di scrittura drammaturgica insegnano sempre di più a lavorare come se dovessero emergere sullo schermo solo le punte degli iceberg”, e spesso “si vede uno ma – se stiamo attenti – si comprende dieci. Proviamo per un attimo a chiudere gli occhi e a pensare a tutti gli ambiti in cui ci capita di imbatterci in una fotografia… In famiglia, nelle pubblicità, nello sport, nella moda, nel lavoro, nella politica, nella scienza, ecc. Possiamo trovarla ovunque intorno a noi, è uno dei mezzi di comunicazione più pervasivi che esistano. se ci pensiamo un momento, la fotografia ha un valore enorme. Si scatta per cogliere il momento irripetibile del tempo, oppure si costruisce una situazione apposita per cogliere un’immagine che ci appaga e per sottolineare la comunicazione che si ha in mente di dare. Dal punto di vista estetico ed emotivo, invece, la lettura dell’immagine ci impone una riflessione sul modo in cui una fotografia sia stata realizzata. Questa si può definire una fase di stimolo, in cui, cioè, si cerca di porre delle domande costruttive. Ad esempio: “Qual è il soggetto della foto?”, “Quali sono gli elementi intorno al soggetto principale e che ruolo assumono?”, “Perché è stato scelto questo taglio?”, “È stata usata luce naturale o artificiale? E che ruolo ha nell’effetto globale della foto?”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: