L’Alcoolismo

(di Franco De Gianni)

La dipendenza da alcool etilico -alcolismo- è un disturbo comprendente alterazioni fisiche specifiche, legate all’adattamento ed all’azione cronica della sostanza psicoattiva-tolleranza-comportamento, che appare improntato a tipici “stili di vita” legati al reperimento, al consumo ed agli effetti della sostanza.

Alcolismo

Il funzionamento mentale è compromesso sia in virtù d’altri disturbi mentali coesistenti, sia per effetto della sostanza psicoattiva. La dipendenza della sostanza psicoattiva implica dunque alterazioni psichiche, fisiche e nei rapporti sociali e familiari che vanno a costituire un quadro complesso i cui elementi si combinano variamente, dando luogo a sindromi cliniche di diversa gravità. Sia in presenza di una condizione psicopatologica definita – depressione, disturbi d’ansia, psicosi – sia di un disagio psichico meno specifico, talora legato a situazioni particolari quali l’adolescenza o la presenza d’eventi luttuosi o comunque stressanti o il pensionamento il soggetto può iniziare ad utilizzare le sostanze per la loro azione psicoattiva, alla ricerca di un sollievo.
I disturbi mentali più frequentemente associati all’alcoolismo sono: altri disturbi da uso di sostanze – dipendenza da sedativi, da cocaina….. – disturbi d’ansia – generalizzata o con sintomatologia fobica ed attacchi di panico, o fobia sociale; disturbi della personalità; disturbi dell’alimentazione; disturbi dell’umore; disturbi psicotici. La maggior parte delle persone assumendo per la prima volta l’alcool sperimenta un vantaggio, la cui entità è modulata da fattori ambientali, psichici o biologici. Il soggetto tende di nuovo ad assumere la sostanza per sperimentarne l’effetto positivo. Questa situazione può restare in un sostanziale equilibrio per un tempo variabile, influenzato dalle caratteristiche dell’individuo e dall’azione della sostanza. Nella maggior parte dei casi il vantaggio viene sempre più messo in dubbio dalla comparsa di problemi comportamentali e familiari, quindi sociali e psichici, e per ultimo problemi fisici. Ad un certo punto avviene qualcosa di nuovo: il reiterarsi dell’assunzione non è più determinato dalla ricerca di vantaggi rispetto ai fattori iniziali, ma dal comparire dell’astinenza, della tolleranza e dalla perdita di controllo. In altre parole viene a determinarsi una situazione nuova, la DIPENDENZA, in cui l’assunzione si perpetua in un circolo chiuso indipendentemente dai fattori scatenanti. In questa fase il paziente ha definitivamente perso la capacità di controllare volontariamente l’assunzione della sostanza psicoattiva. L’azione anestetica ed euforizzante dell’alcool contribuisce in questi casi a mantenere uno stato di apparente benessere, in una dimensione di sempre maggiore distacco dalla realtà, espresso di solito da negazione e minimizzazione del problema, che ben presto rende la sostanza psicoattiva necessaria al, sia pur precario, funzionamento mentale, fisico, sociale. Il paziente alcoolista presenta problemi diagnostici peculiari e dovrebbe essere trattato con sensibilità e delicatezza da parte di tutti. Si deve ricordare che tale persona è spesso confuso e spaventato. Spesso egli nega o minimizza i propri problemi con l’alcool ed anche ove vi sia la consapevolezza rispetto a tali problemi è tuttavia incerto e ambivalente rispetto alla necessità di affrontarli. Spesso la negazione è più accentuata nelle donne, probabilmente a causa della maggiore condanna sociale dell’alcoolismo femminile. Nei primi incontro dovremo valutare accanto alle condizioni fisiche, psichiche, sociali, familiari, lo STATO MOTIVAZIONALE del paziente e dei familiari. Nel caso tale valutazione ci indichi un paziente che non “VEDE” il problema o che pur ammettendo non sia intenzionato ad affrontarlo, o abbia dei dubbi sulla propria capacità di cambiare o ancore non percepisca contraddizioni tra i propri ideali ed il comportamento, prima di procedere a qualunque programma di trattamento è opportuno proporre degli incontri centrati sulla realtà, tendere ad aiutare il paziente a trovare l’ipotesi di cambiamento più consona alla sua condizione in quel momento. E’ fondamentale spiegare al paziente che la semplice cessazione dell’uso delle sostanze non migliora automaticamente tutto. I principali problemi negativi psico sociali sviluppatasi con la dipendenza vanno identificati e nuovi comportamenti ed attitudini dovrebbero essere intrapresi e coltivati. Questo genere di apprendimento è meglio raggiunto dopo che vi è un ristabilimento organico; è opportuno informare i pazienti sulla natura di malattia della dipendenza, sulla possibilità di curarla efficacemente sul permanere comunque del rischio di ricaduta. L’intervento a medio termine: aiuta il paziente a focalizzare l’atteggiamento psicologico e comportamentale di sobrietà, permettendo di continuare il processo di ristabilimento biologico. Nel valutare i progressi e le condizioni del paziente nel trattamento multimodale è importante fare affidamento quanto più possibile quali screening delle urine e prelievi ematici.

Durante le prime fasi sono comunque passi falsi, e i pazienti possono sentire sensi di colpa o imbarazzo nel riferirlo al medico. Il medico e l’equipe di trattamento dovrebbero chiarire che essi capiscono che il passaggio ad uno stile di vita senza sostanze è spesso difficile che sono disponibili a supportare il paziente durante questa difficoltà. Il gruppo di lavoro che si occupa di alcoolismo dovrebbe avere al suo interno figure professionali diverse, quali il medico, l’assistente sociale, l’educatore-animatore, l’infermiere. Ove non si attinga alla situazione polidisciplinare ideale, è comunque possibile impostare efficaci interventi, eventualmente collaborando con altre agenzie del territorio- ospedale, medici di famiglia, consultori, servizi sociali comunali, comunità terapeutiche, gruppi di autoaiuto e automutuo-aiuto e di volontariato. E’ importante che il gruppo di lavoro sia coeso su obiettivi comuni, abbia un buon livello di comunicazione, sia in grado di esprimere programmi globali, senza cadere nell’eccessivo “SPECIALISMO” delle varie componenti. E’ opportuno che tale atteggiamento di “lavorare insieme” trovi espressione d’equipe, incontro di aggiornamento. L’importanza del supporto di gruppi composti da persone che hanno direttamente vissuto il problema, sia in modo diretto che come familiari è ormai accettata da tutti. Nelle dinamiche di tali gruppi si riscontrano vari elementi, che vanno da aspetti educativi per fronteggiare il problema, a profonde revisioni di vita che affrontano i problemi di disturbo della personalità. Un aspetto peculiare che accomuna questi gruppi è l’auto-aiuto cioè la tendenza di molti soggetti in trattamento o già completamente recuperati a prestarsi per aiutare i nuovi arrivati, in particolare utilizzando la propria personale esperienza di vita. Vi sono fondamentalmente due tipi di gruppi con tale finalità: quelli che si rifanno all’esperienza di Alcoolisti Anonimi e quelli che utilizzano la metodologia messa a punto dallo psichiatra croato W. Hudolin negli anni settanta.
I C.A.T. – Club Alcoolisti in Trattamento – si configurano come “Comunità multifamiliari” cioè costituite da famiglie, mentre gli Alcoolisti anonimi accolgono solo alcoolisti. I familiari “anonimi” si riuniscono in una stanza diversa, ma nello stesso luogo ed alla stessa ora dei gruppi di pazienti. Nel caso un paziente si rifiuti alla partecipazione dei gruppi, è di grande utilità inviare i familiari anche da soli.

“Anche se avrò aiutato una sola persona a sperare, non avrò vissuto invano” (M.L.King) 

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