Tabagismo

(a cura del dott. Gustavo Olivieri)

Da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indetto una “giornata mondiale senza tabacco” con il duplice scopo di mobilitare il mondo medico-scientifico e gli opinion leaders, al fine di sensibilizzare attraverso i mass-media l’opinione pubblica circa la nocività del fumo attivo e la pericolosità del fumo passivo, e di attivare le istituzioni politiche affinché siano adottati i programmi sanitari ed indicate le strategie educazionali che consentano ai cittadini di essere informati sia sul rischio di malattie dipendenti dal fumo dal fumo di fumo di tabacco e sulla possibilità di poterle prevenire o di limitare il danno.

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È, oramai, acclarato, senza alcuna possibilità di smentita, che il fumo di tabacco è il principale fattore di rischio di malattia neoplastica non solo del polmone ma anche di altri distretti corporei, non necessariamente connessi alle vie aeree in quanto il fumo di tabacco ha un’azione cancerogena che innesca meccanismi patogeni inducenti la trasformazione neoplastica di vari tipi cellulari, anche se sarebbe più corretto dire che il fumo di tabacco è un fattore co-cancerogeno in quanto è necessaria la coazione di altri fattori di progressione di crescita neoplastica per avere la comparsa di un tumore dipendente dal fumo di tabacco (è questo il motivo per cui non tutti i fumatori manifestano tumori, ma certamente i fumatori sono più esposti al rischio di ammalarsi di tumore rispetto ai non fumatori); ma esiste un altro fattore epidemiologico non meno importante del precedente, in quanto è stato dimostrato in modo indiscutibile che i soggetti non fumatori hanno una maggiore possibilità di ammalarsi di cancro se hanno frequentato con assiduità ambienti frequentati da fumatori (il cosiddetto danno da fumo passivo), aspetto epidemiologico che sta avendo una rilevanza sociale progressivamente crescente se si considerano le variazioni generali di comportamento interumano che si stanno definendo per la tutela della salute dei non fumatori, in primis i minori. Infine, non si può tacere il ruolo eziopatogenico, ossia, di fattore causale diretto, di numerose patologie non neoplastiche tra queste le malattie cardiovascolari (prima causa di mortalità nel mondo occidentale), le malattie cerebrovascolari (altamente invalidanti quando non mortali), e di una miscellanea di altre patologie in quanto la ricerca dimostra sempre di più le relazione tra il numero di sigarette fumate e la incidenza di diverse malattie (ad esempio il diabete dell’adulto).
Si evince da questi dati che la riduzione della pratica tabagistica sarà positiva non solo per lo stato della salute pubblica dei singoli stati ma anche per il loro bilancio economico, dato che la prevenzione del rischio di malattia dipendente dal fumo di tabacco è determinante a lungo andare per la riduzione della spesa sanitaria con miglioramento dei conti pubblici e possibilità di veicolare maggiori risorse alla ricerca scientifica. C’è da dire che dal punto di vista economico qualsiasi campagna di prevenzione richiede investimenti ingenti che gravano sui costi sanitari; tuttavia gli obiettivi sono traslati a medio ed a lungo termine per cui i benefici si estrinsecheranno certamente nel futuro. Non bisogna, poi, dimenticare che nell’immediato una campagna anti-tabacco danneggia tutto l’indotto economico legato al tabacco, dal produttore al manifatturiere, spesso quest’ultimo rappresentato dai Monopoli di stato, per non parlare delle attività dei privati, legati ad aziende multinazionali, che vedono ridursi il loro business, tanto è vero che sono tre le organizzatrici di lobbies che tentano di confutare l’azione dell’OMS, organizzando comitati di ricerca paralleli che tendono a minimizzare il rischio del fumo di tabacco e favorendo movimenti di opinione che tendono a tutelare i diritti dei fumatori. Nonostante queste resistenze i vantaggi della riduzione del rischio da fumo di tabacco sono elevati per la società, da cui la celebrazione annuale della “Giornata Mondiale Senza Tabacco” come volano di una campagna di miglioramento della qualità di vita di tutti mediante l’invito a trascorrere una giornata di astinenza da tabacco: in tal modo si rafforza nei non fumatori la volontà di non intraprendere la pratica tabagistica, discorso valido soprattutto per gli adolescenti, dato che le statistiche dimostrano che, a fronte di un numero totale di fumatori, risultano in costante crescita il numero delle fumatrici e degli adolescenti, che ad età sempre più precoci iniziano a fumare, con prospettive inquietanti per il futuro; tuttavia, l’invito a non fumare per un giorno è rivolto soprattutto ai fumatori, cercando di convincerli ad iniziare una desistenza dal fumo: gli studi dicono che chi riesce a desistere dal fumo per almeno 24 ore ha una più alta probabilità in seguito di iniziare un periodo di completa astinenza.

Gli effetti reali di questa campagna informativa sono stati inferiori alle aspettative tra i fumatori laddove ha trovato terreno fertile tra i non fumatori; il motivo principale per cui non si sono ottenuti gli effetti desiderati risiede soprattutto nel fatto che, tra i tabagismi, la paura della perdita della salute non è stato un efficace deterrente, dato che il danno da fumo non si manifesta immediatamente ma occorrono anche decine di anni prima che si abbiano manifestazioni cliniche correlate; inoltre, il fumo di tabacco ha ancora un simbolismo intrinseco legato a concetti di potere, di vittoria, di emancipazione (per questo è crescente il numero delle fumatrici), retaggio culturale atavico, alimentato quotidianamente dalle multinazionali del tabacco (basti pensare alle sponsorizzazioni nel mondo automobilistico della formula uno).

Infine, non è trascurabile la valenza trasgressiva che attecchisce nel disagio giovanile spingendo ad un discorso precoce al fumo, in questo corroborato dagli esempi negativi che provengono dallo stars system. I risultati limitati hanno indotto i governi ad intensificare l’azione antifumo, intraprendendo vie legislative sempre più restrittive della pratica del tabagismo nei luoghi pubblici, in modo da limitare fisicamente la diffusione del fumo: queste azioni sono rinforzate da una opinione pubblica crescente di non fumatori che spingono ad una maggiore tutela della loro salute ed ad una riduzione dei costi sociali del fumo, ma sono contrastate dai fumatori, che, istigati anche dalle suddette lobbies, si arroccano nella difesa della loro pratica. Sta nascendo anche da noi (dato che negli U.S.A. è già in atto da un decennio) una trasformazione di un campagna sanitaria anti-fumo in una sorta di crociata anti-fumo dai toni moralistici, in cui gli elementi repressivi tendono a prevalere su quelli preventivi: ormai si parla di “Giornata Mondiale Contro il Tabacco”. Il crescente clima di proibizionismo non sembra essere la migliore strada per ridurre i rischi e i costi del fumo: ben vengano norme restrittive che tutelino i diritti dei fumatori a non subire campagne di limitazione della propria libertà personale; ed inoltre bisogna considerare che il fumare ha un retroterra culturale e sociale plurisecolare che non può essere estirpato improvvisamente, cosicché la campagna antifumo può essere interpretata come campagna di aggressione, di discriminazione dai fumatori stessi, con conseguente arroccamento nella difesa della propria pratica, effetto esattamente contrario a quello auspicabile.

La migliore strada è quella di far apparire la campagna antifumo come un atto di educazione civica, nel senso che il rispetto dei divieti e l’adesione agli inviti antifumo costituiscono delle norme comportamentali da cui derivano dei vantaggi per tutti, nella visione che lo smettere di fumare o il non fumare è il migliore investimento che si possa fare per le proprie aspettative di vita ed il migliore contributo che ciascuno può dare al benessere futuro della società.

È questo il presupposto “ideologico” corretto di una campagna antifumo: è vero che tale modello attecchisce facilmente in chi non fuma, tuttavia con una programmazione di interventi mirati è possibile invitare i fumatori a limitare o, meglio, a smettere di fumare. E’ questo lo scatto di qualità di un programma educativo al non fumo rispetto ad uno semplicemente repressivo: le istituzioni devono provvedere a strategie di aiuto che mettano i fumatori nelle condizioni di iniziare la desistenza o l’astinenza dal fumo. In tal senso opportuni investimenti possono essere riversati lungo tre linee direttrici: !) intensificazione delle campagne di informazione, soprattutto tra i giovani, sulle strategie comportamentali da adottare se si decide di non fumare più; 2) disponibilità nel prontuario farmaceutico, di dispositivi terapeutici antifumo, prescrivibili a carico del S.S.N.; 3) creazione di centri di sostegno psicologico a titolo individuale mediante metodiche di gruppo in ambulatori pubblici, che accompagnano i fumatori nel loro percorso di astinenza.

Bisogna porre il fumatore nelle condizioni migliori per non volere più fumare ed aiutarlo nella sua difficile battaglia, soprattutto se il tabagismo assume connotati di dipendenza.

Restano coloro che risultano insensibili alle campagne di educazione al non fumo o coloro in cui la dipendenza sfuma nella tossicomania: per questi la tolleranza deve essere ugualmente praticata, tuttavia l’adeguato rispetto delle norme restrittive sul fumo nei luoghi pubblici deve essere per essi praticato in modo intransigente, in quando il contenimento della loro pratica tabagistica deve essere inteso come fattore necessario alla applicazione del modello educativo generale: con il progredire della qualità delle campagne antifumo questa loro limitazione a fumare “liberamente” potrà indurre qualcuno a considerare che agganciarsi al treno del progresso è molto meglio di restare seduto in un vagone solo per fumatori, fermo in una stazione periferica della nostra società.

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