Quando la musica fa bene

Relazione tra ascolto della musica ed effetti benefici nelle innumerevoli circostanze della vita umana partendo dall’ interesse degli studiosi (biologi ed evoluzionisti) nei confronti dell’argomento

(A cura di Katiuscia Aquino)

La musicoterapia è una disciplina che utilizza l’elemento sonoro / musicale all’interno della relazione utente/operatore in un processo sistemico di intervento con finalità preventive, riabilitative e terapeutiche.
(L.Bunt, Music therapy: an art beyond words, Routledge, 1994, England).

È naturale, pertanto, considerato il ruolo sempre più importante che la musica sta assumendo in questi ultimi anni in ambito terapeutico, ricercare le l’origine del “benefico legame” tra musica e corpo. La nostra esistenza è inscindibilmente legata a suoni di ogni tipo, siano essi più o meno gradevoli.
Ci troviamo immersi in un mondo di suoni, piacevoli, melodiosi (quelli provenienti dalla natura), disarmonici, caotici, insidiosi , assordanti quali quelli che siamo costretti di volta in volta a patire dagli automobilisti più indisciplinati, dai vicini di casa più indesiderati, dalle fabbriche, dagli ambulanti e così via.
Il suono non è soltanto l’atmosfera, la colonna sonora, gradita o meno, in cui noi siamo immersi e che ascoltiamo passivamente ma, è al contempo uno dei nostri più fedeli canali di comunicazione. Le nostre emozioni e le nostre idee tradotte in espressioni musicali diventano un gemito, un singhiozzo o un pianto; quando siamo felici è naturale per noi, diviene quasi un bisogno cantare, ridere, i più istintivi riescono persino a gridare.
Capita a tutti, inoltre, quando siamo chiamati ad esprimere un’idea o comunicare, di notare come la nostra voce sia capace di adattarsi alla circostanza in una infinità di toni diversi.
Debussy, ha affermato che la musica darà all’anima umana la libertà di esprimersi all’infinito, si comprende quindi quanto e quale sia stato nei secoli l’interesse nei confronti di questa disciplina, solleticando maggiormente l’interesse di studiosi, biologi, evoluzionisti pronti a chiedersi il perché della sussistenza con l’evoluzione della specie, di una facoltà, quella di godere della musica, così palesemente “inutile” e la curiosità degli antropologi pronti a rintracciare in questo o quell’angolo di mondo delle caratteristiche di far musica e di “vivere in musica” completamente diverse.
Taylor afferma che “la comprensione di una musica composta da gruppi culturali diversi è deformata dal nostro ambiente culturale. Di solito si ritiene che udire implichi soltanto un processo fisiologico, mentre in realtà questo processo è anche condizionato psicologicamente. Perciò la musica delle culture pre-letterarie contiene una ricchezza ed una profondità che non cogliamo perché non siamo stati condizionati a udirla…”.

Difficilmente due persone trarranno dall’ascolto del medesimo brano musicale, le stesse esperienze, le stesse emozioni, anche in un contesto situazionale sovrapponibile ed omogeneo. Cosa determina esperienze particolarmente intense o forti? La combinazione e l’interazione di molteplici fattori, musicali, ambientali, culturali, individuali, “con una musica giusta, per la persona giusta, nella situazione giusta” (Gabrielsson, Lindstrom, 1992, pag. 3.1).
Sono stati condotti numerosi studi riguardanti l’effetto di vari elementi musicali, come la percezione dei diversi caratteri del suono: altezza, timbro, ritmo e melodia. I risultati hanno confermato che l’esperienza musicale è indipendente dalla percezione delle sue varie componenti ma è interazione tra musica, individuo e situazione (contesto culturale e sociale). Sappiamo già da molti anni che la musica induce variazioni della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca, della respirazione, di altre funzioni vegetative.
Secondo Harrer e Harrer (1987) tali variazioni sono il risultato dell’azione che i processi psicologici, attivati dalla musica, esercitano sul sistema vegetativo. Dalle ricerche effettuate sulla natura e sui fattori che le determinano, è emerso che la risposta vegetativa dipende dalla reattività individuale, cioè dalla labilità o dalla stabilità dei processi di regolazione vegetativa, influenzati a loro volta dalla predisposizione, dall’età, dal sesso, dal tipo di vita, dallo stato generale di salute, o da elementi casuali quali l’assunzione di bevande alcoliche e così via. La risposta vegetativa viene provocata anche durante un ascolto non cosciente, come durante il sonno o con la musica di sottofondo e di accompagnamento nei cinema e nei teatri di prosa, e con la musica “funzionale”, trasmessa nelle fabbriche, negli ascensori, nei supermercati.
L’interesse degli studiosi nei confronti della musica ha ampliato i campi d’interesse:dalla ricerca della relazione tra suoni e colori, tra suono ed elementi, tra la voce ed il soma, tra il suono e l’agopuntura.
Ne viene fuori un dipinto a tinte forti in cui l’unico grande artista è la musica, la sola in grado di unire anche mondi culturalmente lontani anche persone di fedi diverse anche paesi geograficamente distanti e capace, come le radici della nostra storia testimoniano, non solo di accompagnare l’uomo nelle innumerevoli circostanze della vita ma anche di riuscire a fare del bene all’uomo, di curare….

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