L’illusione della competenza. Effetto Dunning-Kruger e distorsioni cognitive

Uno dei problemi principali nella definizione di conoscenza e di conseguenza nella descrizione dei meccanismi neuronali coinvolti nello sviluppo delle competenze è la difficoltà nel definire i limiti e i confini tra i saperi. Le conoscenze e le competenze nascono dall’ immagazzinamento delle informazioni acquisite con le esperienze vissute o con lo studio costante e approfondito di nozioni presenti in determinati settori. La capacità, tuttavia, di valutare i livelli raggiunti delle proprie competenze è spesso oggetto di valutazioni arbitrarie, non oggettive e fallaci.

Uno studio condotto da Alana Muller e collaboratori della University of Arizona, Tucson, USA, (Eur J Neurosci 2021; 53: 460–484) ha evidenziato che la capacità di sopravvalutare o sottostimare le proprie competenze è direttamente associata a specifici processi cognitivi legati ai processi mnemonici. Gli autori affermano che le persone che sopravvalutano le proprie capacità culturali, professionali e le proprie competenze sono dotati di processi cognitivi capaci di ritenere maggiormente “familiari” i settori e le aree da rievocare in cui devono agire le proprie competenze. La conseguenza di questo approccio cognitivo è l’elevato rischio di commettere errori di valutazione e di mettere in atto comportamenti disadattativi che possono compromettere l’esito degli obiettivi da raggiungere.

Questo effetto è stato definito come “Dunning-Kruger effect (DKE)” per indicare quel fenomeno per il quale persone con scarse competenze tendono a sopravvalutare le loro prestazioni mentre coloro che hanno prestazioni elevate in un determinato settore tendono a sottovalutarle.

Charles Darwin affermava che “L’ignoranza genera fiducia più frequentemente della conoscenza” (Darwin, 2009/1871).

La storia dell’umanità è ricca di errori di sopravvalutazione drammaticamente famosi così come la tragedia del Titanic. Anche nell’attuale pandemia da COVID-19 sono state effettuate valutazioni eccessivamente positive rispetto alla possibilità di sconfiggere l’epidemia in tempi più rapidi. L’illusione delle proprie competenze, tuttavia, si osserva in tutti gli ambiti professionali e lavorativi compromettendo non solo gli esiti e gli obiettivi stabiliti dai progetti aziendali, ma modificando e livellando, spesso verso il basso, i valori necessari per il mantenimento di un adeguato welfare aziendale.

L’illusione della competenza o effetto Dunning-Kruger è stato per la prima volta descritto nel 1999, dagli psicologi americani David Dunning and Justin Kruger. Nel loro studio evidenziarono che le persone con scarse capacità cognitive, attraverso test in cui bisogna esprimere giudizi su vignette umoristiche, effettuare un ragionamento logico o valutare abilità grammaticali, avevano sopravvalutato i risultati finali dei loro test, mentre le persone con maggiori capacità cognitive avevano sottovalutato gli esiti dei risultati dei loro test. In sintesi, chi aveva minori competenze nel settore oggetto di indagine riteneva di saperne di più di coloro che, invece, erano esperti in quel settore analizzato.

“Lo sciocco pensa di essere saggio, ma il saggio sa di essere uno sciocco (“Come vi piace”, Atto V, Scena 1, La foresta. Shakespeare, 1601)”.

Familiarità e capacità di ricordare

È stata osservata una stretta associazione tra familiarità degli argomenti analizzati e la capacità di ricordare. Infatti, due dei principali processi cognitivi della memoria episodica che possono contribuire alla DKE sono la familiarità e la capacità di ricordare.

Gli autori hanno esplorato i meccanismi neurofisiologici che sono alla base del fenomeno del DKE esaminando l’attività cerebrale dei processi cognitivi coinvolti durante l’elaborazione dei compiti di memoria e della metacognizione. I risultati ottenuti sono coerenti con le attuali conoscenze secondo le quali le conclusioni elaborate nel DKE sarebbero rapportabili a verifiche non comuni che comparivano tra le prove di memoria comuni nel test e che sarebbero state validate da stimoli salienti per suscitare un effetto di orientamento dell’attenzione come elemento di novità (“familiarità episodica”).

Un significativo contributo alla descrizione di questo fenomeno viene dalla ricerca sulla familiarità che ha identificato l’elevato valore attributo all’” indovinare”, o all’effettuare un’ipotesi legata a una intuizione, scaturita da un particolare, anch’esso familiare verso giudizi conclusivi inclusi nella decisione euristica finale. Questa sensazione di familiarità dell’oggetto rievocato, sottolineano gli autori, può evidentemente portare le persone a saltare conclusioni sbagliate, in modo simile a quello che è stato trovato nell’”effetto della falsa fama”, effetto in cui si ritiene di essere più conosciuti rispetto alla realtà. Questi effetti sono molto evidenti tra i navigatori di social e tra i followers.

Sono un po’ psicologo

La sensazione di conoscere l’argomento trattato si mostra evidente nella elaborazione di giudizi fondati su proprie esperienze passate, sebbene tali esperienze rappresentino soltanto un aspetto, spesso minimo, dell’argomento trattato. Ad esempio, il Disturbo depressivo maggiore e è un disturbo complesso che necessita di competenze e conoscenze approfondite per essere diagnosticato e quindi trattato accuratamente. L’esperienza personale vissuta in alcuni periodi della propria vita, caratterizzata da brevi episodi di abbassamento del tono dell’umore o da tristezza, può rendere “familiare” la ricordo di tale esperienza. Ciò può indurre la persona con capacità cognitive distorte a ritenere possibile “capire” e diagnosticare la depressione. Potremmo definire una proiezione dei propri vissuti psicopatologici verso l’esperienza attuale dell’altro, indicativa di una conferma inconscia di un proprio stato patologico.

Le conclusioni dello studio evidenziano una tendenza a razionalizzare e a giustificare le proprie intuizioni nella semplicità di ragionamento e nella familiarità e nella facilità ad esprimere giudizi. La illusione delle proprie competenze maschera la incapacità di esprimere un adeguato giudizio per la mancanza di adeguate competenze, illudendo il malcapitato a prove culturali che non sono consone ai propri processi cognitivi.

Gli autori ritengono, invece, che vada incoraggiato l’affidarsi ai ricordi dei dettagli delle esperienze vissute e a risposte lente e ponderate per ridurre il giudizio di superiorità o di capacità di conoscenze in settori non propri.

Il lavoro di Muller è importante perché identifica alcuni dei processi cognitivi coinvolti nella comparsa di errori che possono portare anche a negare il ruolo delle competenze attribuibile delle leadership di quel settore specifico e che possono aumentare i rischi per la sicurezza in seguito ad una convinzione eccessiva e insufficiente nelle proprie capacità rispetto a quelle degli altri.

(Francesco Franza)


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